Conto corrente, rischi di perdere i tuoi risparmi se il coniuge te lo svuota e la legge lo protegge: ecco come difenderti

Pubblicato il: 01/11/2026

Immaginiamo di scoprire che il proprio coniuge ha svuotato il conto corrente, trasferito i risparmi o utilizzato una delega bancaria per disporre del denaro senza autorizzazione. Se a compiere quella stessa condotta fosse stato un estraneo, il diritto penale potrebbe intervenire. Se invece a farlo è il coniuge, la situazione può essere molto diversa.
La ragione si trova nell’articolo 649 del codice penale, una norma risalente al 1930 che prevede, in determinate circostanze, la non punibilità di alcuni reati contro il patrimonio commessi ai danni di familiari. Tra questi rientra anche il coniuge non legalmente separato.

Oggi, però, quella scelta legislativa viene rimessa in discussione.

La citata disposizione codicistica affonda le sue radici nella concezione della famiglia propria del codice Rocco. L’idea di fondo era evitare che i conflitti patrimoniali tra persone legate da uno stretto rapporto familiare finissero nell’aula di un tribunale penale. In altre parole, il legislatore dell’epoca riteneva che, in determinate situazioni, fosse preferibile preservare l’unità familiare piuttosto che punire penalmente chi aveva sottratto beni o denaro a un proprio familiare.
Non si tratta comunque di una protezione assoluta. La norma prevede infatti alcune importanti eccezioni: tra queste, rapina, estorsione e sequestro di persona a scopo di estorsione. Inoltre, il regime cambia quando tra i coniugi è intervenuta la separazione legale.
E la mancata punibilità penale non significa necessariamente che chi ha sottratto il denaro possa conservarlo. Sul piano civile possono, infatti, essere richieste la restituzione delle somme e altre forme di tutela patrimoniale.

È proprio il rapporto tra protezione della famiglia e tutela della persona ad aver spinto la Corte Costituzionale a intervenire. Con l’ordinanza n. 162 del 2026, la Consulta ha sollevato davanti a sé stessa una questione di legittimità costituzionale dell’articolo 649, chiamando in causa gli articoli 3 e 29 della Costituzione.

Il dubbio è sostanziale: può ancora essere considerato costituzionalmente giustificato un trattamento penale più favorevole quando la vittima di una sottrazione patrimoniale è il proprio coniuge?

Il tema assume particolare rilevanza quando la sottrazione delle risorse si inserisce in una dinamica di controllo/dominio: impedire al partner di utilizzare il proprio denaro, appropriarsi dei suoi risparmi, controllarne il conto corrente o privarlo delle risorse necessarie per vivere può significare limitarne concretamente la libertà di scelta.
È questa la dimensione della cosiddetta violenza economica: una forma di abuso che non lascia necessariamente segni visibili, ma può creare una condizione di dipendenza e rendere molto più difficile per la vittima sottrarsi a una relazione abusiva.

In questi casi, il problema non riguarda più soltanto quanti soldi siano stati sottratti. In gioco può esserci l'autonomia stessa della persona.
La questione non nasce oggi.
Già nel 2015 la Corte Costituzionale aveva richiamato l'attenzione del legislatore sulla necessità di intervenire sulla disciplina. Da allora, però, la norma è rimasta sostanzialmente invariata.
A undici anni di distanza, la Consulta torna quindi a interrogarsi sulla sua compatibilità con i principi costituzionali.
Il punto sarà capire se la tutela dell'unità familiare possa ancora giustificare una differenza così significativa tra chi commette un determinato reato contro il patrimonio ai danni di un estraneo e chi compie una condotta analoga nei confronti del proprio coniuge.


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